
La dimensione emotiva gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita. Influenza il nostro apprendimento, il modo in cui interagiamo con gli altri, come ci comportiamo e perfino cosa pensiamo di noi stessi. Se siamo felici, crediamo di poter raggiungere qualsiasi risultato e superare qualsiasi sfida la vita ci presenti. Se invece siamo tristi o abbiamo paura, ci sentiamo impotenti e il nostro livello di autostima crolla drasticamente.

L’autostima e le sue fluttuazioni rappresentano un qualcosa a cui ci appoggiamo spesso per giustificare insuccessi e risultati negativi. Ci convinciamo che avere una bassa opinione di noi ci porti inevitabilmente a fallire. In realtà, è vero il contrario. L’autostima è una conseguenza dei successi o dei fallimenti e non la loro causa. Da qui la necessità di distinguere due concetti che nel mondo delle scienze sociali e della psicologia si sono alternati incessantemente nelle equazioni della felicità: ‘fare bene’ e ‘sentirsi bene’. Solo se facciamo bene qualcosa la nostra autostima aumenta e, di conseguenza, ci sentiremo bene. Per questo alla base del nostro benessere dovrebbe sempre esserci l’azione concreta positiva. Ed è questo che dovremmo insegnare anche ai nostri figli.
Ma se l’autostima è una valutazione personale che abbiamo su noi stessi, come facciamo a farla sviluppare anche ai nostri ragazzi?
Le ultime generazioni di genitori hanno cresciuto i propri figli cercando di proteggerli da qualsiasi cosa facesse loro del male. Agendo in questo modo, però, non solo non hanno permesso loro di sviluppare l’autostima in modo corretto, gli hanno sottratto anche importanti occasioni di apprendimento. L’autostima è spesso vista come una panacea: “Basta credere in sé stessi e nelle proprie capacità e tutto andrà bene!”. Slogan come questo non fanno che spostare il vero focus della questione: se vogliamo che i nostri ragazzi crescano emotivamente sani, non dobbiamo ripetere ai nostri figli l’importanza di sentirsi bene, ma dobbiamo spiegare loro come farlo concretamente con azioni reali!

Se nostro figlio sente di non valere, di sentirsi inadeguato o addirittura si odia e non ha fiducia in sé stesso, probabilmente crede che il suo rapporto col mondo e con il contesto in cui vive non funzioni. Se dunque il segreto per aumentare l’autostima sta nel fare, possiamo agire su due binari:
- a livello individuale, creiamo dei piccoli rituali quotidiani per far diventare le azioni positive delle vere e proprie abitudini – come il dispensare piccoli atti di gentilezza o il dedicare tempo ed energie ad attività che, con il tempo, ci diano risultati concreti e ci facciano capire di essere davvero diventati bravi in qualcosa;
- a livello collettivo, non dimentichiamo l’importanza della dimensione sociale – coltiviamo rapporti di amicizia sani, condividiamo successi e fallimenti, e mostriamo empatia verso gli altri.
Ma come facciamo a controllare le nostre emozioni in modo che non influenzino negativamente chi ci circonda?
Ahimè, non esiste una risposta a questa domanda. Le emozioni sono governate da due leggi universali su cui noi non abbiamo alcun tipo di potere. La prima dice che le emozioni appaiono improvvisamente e non possiamo far nulla per evitare che si manifestino. Non possiamo trattenerci dal piangere guardando un film triste e non riusciamo a evitare di arrabbiarci se qualcuno ci suona incessantemente il clacson in auto senza motivo. La seconda legge dice che, in assenza di uno stimolo, l’intensità delle emozioni va a scemare. Così smetteremo di piangere dopo che il film sarà finito e non saremo più arrabbiati quando avranno smesso di suonare il clacson contro di noi.

Questo non vuol dire che dobbiamo farci governare dalle nostre emozioni senza poterci fare nulla. E lo stesso vale per i nostri figli. Dobbiamo provare a spiegare loro che tutte le emozioni, anche quelle negative, sono utili se portano a una nostra reazione sana per migliorare una situazione, un contesto, un problema. Le emozioni non sono una scelta, ma lo è come reagiamo ad esse. Facciamo capire ai nostri ragazzi che far finta che le emozioni negative non esistano non ha alcuna utilità; piuttosto, parliamone insieme, proviamo a spiegarle, a catalogarle e analizzarle. Qui torna di nuovo il concetto di trasferimento emotivo, che si concretizza in un’unica e potente parola: empatia. Cerchiamo di essere empatici con i nostri figli quando sono assaliti da emozioni negative: condividiamo la loro paura o la loro rabbia, senza però lasciarci contagiare. Il trucco sta proprio nello scegliere di reagire con emozioni positive che, a loro volta, contageranno anche i nostri ragazzi. Non è quello che la vita ci mette dinanzi a definire chi siamo, ma come scegliamo di reagire e con chi decidiamo di condividere le nostre emozioni. È un vecchio adagio, ma sempre vero.
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